Infanzia di Tove Ditlevsen, Fazi Editore

Infanzia di Tove Ditlevsen, Fazi Editore

 

Siamo in Danimarca, anni Trenta. Tove scrive in prima persona, è una bambina. Racconta la sua infanzia come una lunga bara nera puntata verso l’età adulta. E’ una “bara nera” perché è un viaggio tormentato carico di macigni difficili da sgretolare: un padre socialista e difensore dei diritti dei lavoratori, ma solo se maschi; un fratello rivoluzionario a metà, una madre gonfia di rancore nel vivere una vita da delusa e felice di accogliere, nella sua schiera di deluse, la figlia. E se capita che Tove alzi la testa per osare di più, per segnare uno scambio ferroviario tra ciò cui è destinata e ciò che invece sente di voler fare – scrivere poesie – , ecco che dilaga su lei lo sguardo inquisitore da Autodafé della madre. Per cui, nella disperata speranza di essere amata, Tove si fa piccola e insignificante al suo cospetto, accetta di non differire da lei e dai suoi fallimenti, i balli mancati, il destino di femmina a servizio presso altri. E simula un’allegria che non esiste, come fanno i bambini quando capiscono troppo il dolore, e sdrammatizzano: Tuttavia, l’amore seppur impaurito che nutre per la madre, tutela Tove dall’imminente ingresso nell’età adulta, che spaventa forse perché Tove sa che perderà l’occasione di essere amata bambina. Lo stile è sobrio, procede per frasi semplici dal tono quasi crepuscolare, ma con frequenti ricorsi a similitudini e ossimori stridenti che fanno virare il tono verso l’espressionismo. Si resta in equilibrio su una fune da cui più volte si rischia di cadere, ma su cui si riesce, sempre, a stare in equilibrio in virtù della potenza dell’immagine successiva. Perché leggerlo? – Perché le similitudini cui la narratrice ricorre mettono in relazione sempre un dato concreto con uno astratto, come se il concreto garantisse alla bambina Tove l’ancoraggio a una realtà tuttavia certa e le impedisse di perdersi; – Perché l’infanzia è davvero come una pelle di serpente: solo quando la si perde, se ne può parlare con calma.

 
Maria Giovanna Bucolo